Roberto Moschino

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Maria

              Da inno a Maria di L. Santucci

Non è un uomo dunque è un'ombra

che la coprirà, calando da sublimità vertiginose

oltre le aquile, oltre gli angeli.

Nessuna donna avrebbe accettato

di unirsi al mare e alle tempeste

al firmamento dalle ignote stelle

alla sabbia impastata di conchiglie.

Tu hai accettato quello sposo sconfinato,

senza occhi per guardarti nascosto

in tutte le cose e pur così lontano

e gli hai risposto il tuo sì.

Sei diventata la mamma delle nostre paure

dei soldati che perdono sangue

dei figli senza più madre

delle madri senza più figli

degli uomini senza più casa

né pane né Dio.

Conosco i tuoi mille santuari

pieni di cuori d'argento

di stampelle e di bende insanguinate

conosco fontane che hai fatto zampillare

sulle piaghe degli infelici.

Ti ho visto elargire le grazie più immeritate

quella per cui il castigo sarebbe stato salutare.

Io sarò più cara del gioco al fanciullo

della guerra al guerriero

del mare al marinaio

della vita al moribondo.

Il più piccolo dei vostri dolori

passerà dentro di me come nella vela

lo spiro del più effimero vento e

lo raccoglierò nel cavo delle mie mani

e aliterò sopra il mio respiro misericordioso.

Io sarò per ognuno la pietà

senza calcolo e senza giustizia

l'indulgenza senza pegni e rancore,

colei che vi vorrebbe giocondi solo

perché mi chiamate mamma.

Guarda e vede laggiù da questa torre

i vostri altari accesi, a mille a mille,

come occhi sbarrati su di me

nell'affanno, come luci di barche

prossime a naufragare.

Io sono la Vergine.
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